L’ENNESIMO ADATTAMENTO CINEMATOGRAFICO DI PICCOLE DONNE: CE N’ERA DAVVERO BISOGNO?

Il 9 gennaio 2020 è uscito in Italia il film Piccole Donne, tratto dall’omonimo libro, realizzato dalla regista Greta Gerwig, nota per le sue opere femministe dirette a un pubblico pop.

In precedenza la regista si era distinta nel 2017 grazie a Lady Bird, pellicola di sceneggiatura originale concentrata sulla crescita personale di una ragazza che di distintivo aveva poco, a parte il fatto di essere rappresentata sullo schermo da una notevolissima Saoirse Ronan. 

Stavolta invece la Gerwig ha ricavato la sceneggiatura dal famoso libro ottocentesco, scritto da Louisa May Alcott, pubblicato per la prima volta nel 1868 e riadattato già innumerevoli volte per il cinema. E stavolta, la Gerwig ha fatto centro.

La trama delle piccole donne è trita e ritrita, proposta in tutte le salse da metà Ottocento a oggi, su schermi cinematografici e antologie scolastiche, raccontata a moltitudini di bambini e bambine in tutto il mondo per la sua ottima morale pedagogica: se non siete annoverabili tra quei bambini, ci dispiace per voi, ma non staremo a raccontarla di nuovo (magari, mettetevi in pari guardando uno dei ben 7 film prodotti dall’inizio del Novecento a oggi).

 

Ci concentreremo invece sui fattori che rendono apprezzabile proprio quest’ultimo film, che sembrava avere tutte le carte in regola per essere un’opera decisamente dimenticabile e invece no.

La regista si è rivelata molto più originale e all’avanguardia nel maneggiare un testo non suo (per di più già notissimo al mezzo del cinema e al panorama narrativo mondiale), di quanto lo fosse stata nel creare una sua sceneggiatura con Lady Bird.

Per ottenere questo risultato è stata modificata la cronologia del racconto in maniera efficace, spigliata, giocosa. La narrazione non è lineare, si apre in media res (anche un po’ oltre), per poi introdurre in modo efficace gli avvenimenti precedenti (organizzati come ricordi, dejà vu e indizi del passato utili a spiegare il presente) e procedere con scioltezza verso il finale.

I personaggi vengono presentati in contesto storico ma in chiave moderna: ci sono costumi realistici appaiati a reazioni e movimenti probabilmente inconcepibili nella realtà dell’epoca di Piccole Donne. Questo accostamento è chiaramente voluto e non disturba troppo per merito della regia ben studiata per focalizzarsi su elementi più fondamentali, ad esempio la magistrale interpretazione di un cast stellare e la raffigurazione di alcuni personaggi, in passato appiattiti, che qui vengono dotati di nuova vitalità. In alcuni momenti considerati fondamentali, la regista sceglie di rompere la quarta parete: chi parla sta scrivendo ma non viene mostrato nell’atto di scrivere, bensì fissa il pubblico negli occhi sottolineando il contenuto di una lettera o un biglietto importante per lo svolgimento della narrazione. Come scelta stilistica può facilmente non piacere, ma è interessante sperimentare questa dissonanza registica.

La mossa veramente vincente è stata quella di fondere il personaggio storico di Louisa May Alcott al suo personaggio fittizio Jo March (protagonista scrittrice), mettendo Jo nella posizione di ascoltare parole che non appartengono alle pagine del libro quanto all’esperienza reale vissuta dall’autrice, durante avvenimenti che concernono la storia editoriale del libro stesso. Il retaggio storico di metà Ottocento, la condizione di donne intellettuali e lavoratrici, nonché aneddoti biografici su Louisa May Alcott ispessiscono la trama, rendendola piacevole da riscoprire. 

Gli elementi fastidiosi sono alcuni passaggi deboli nei dialoghi tra i personaggi e cambiamenti privi di scopo apportati a dettagli della trama totalmente superflui, (che proprio per questo balzano all’occhio, ma solo a chi conosce la trama originale).

Piccole Donne di Greta Gerwig non è un capolavoro, ma ha il merito di essersi salvato dal destino apparentemente segnato di spreco di pellicola, a dimostrazione di quanto sia più importante come si racconta piuttosto che cosa.

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