INTERVISTA MURUBUTU

Oggi vogliamo proporvi un artista che, con i suoi testi e le sue storie, potrebbe davvero far vibrare quelle corde che da tanto tempo non suonano più dentro di voi. Parliamo del Prof. Alessio Mariani alias “Murubutu”.

Ricorda vagamente un supereroe: di giorno normale professore di storia e filosofia, di notte rapper affermato in tutto il paese. Con le sue rime riempe gli occhi e la testa di almeno due generazioni con storie sempre nuove, autentiche, ricche di significato e dove ognuno di noi può trovare un pezzettino di sé. I suoi testi spaziano dall’attualità alla storia, dall’immigrazione alla resistenza, parlano di ballerine, di ragazzi frustrati, di guerra e di bellezza e ogni album ha dietro una storia.

L’ultimo album, osannato dal pubblico e dalla critica, parla del vento, L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti. Per questo abbiamo pensato a lui, perché il Prof. Mariani ha reso “cultura” la quotidianità, l’ha messa alla portata di tutti; le sue canzoni possono farci aprire gli occhi, farci conoscere il mondo, perché l’unico modo che abbiamo per cambiarlo è conoscerlo. Perciò ringraziamo di cuore Murubutu che, oltre ad essere un artista meraviglioso, si è dimostrato tale anche come persona.

Come mai “Murubutu”?
Murubutu deriva da Marabutto, che nell’ Africa subsahariana designa una figura sciamanica in grado di guarire mali fisici e sociali.

Ed è questa la missione che riserva alla sua musica?
Sì. Diciamo che credo nel potere che le parole hanno di guarire e sanare le ferite di tanti.

Nello scorso album utilizzava il mare come sfondo delle sue storie, ora il vento, come mai questa scelta?
Mi serviva un espediente narrativo che permettesse di mettere insieme tante storie diverse e nel contempo un elemento naturale che avesse una valenza metaforica e quindi il vento come il viandante che raccoglie in grembo i vari racconti del mondo e che li conserva.

Baudelaire identifica con l’albatros la figura del poeta, è stato questo il suo intento nella canzone “Tornava l’Albatros”?
No, il richiamo non è voluto. Il testo si basa su alcune opere di Gabriel Garcia Marquez e nel mio caso l’albatros è solo il mezzo con cui poter descrivere il paesaggio argentino devastato dalla guerra civile.

Le sue canzoni hanno come sfondo sempre una storia realmente accaduta o alcune sono anche frutto della sua fantasia?
Mah, alcune sono tratte da storie vere poi romanzate, altre sono storie inventate di sana pianta ma che hanno sotto sempre qualcosa di verosimile, ad esempio “Mara e il maestrale” che si rifà ad un background vero con una storia d’amore completamente inventata. Ce ne sono diverse, ma effettivamente, sono tante le persone che poi si rivedono in queste mie canzoni.

Nella sua vita quotidiana quanto è Murubutu e quanto il Professor Mariani?
A volte mi chiedono se sono un artista professionista e io rispondo sempre di essere come prima cosa un insegnante professionista, mi ritengo più un artista amatoriale.

Averla come prof deve essere una figata, com’è la relazione con i suoi studenti?
Mah, è una relazione che poi col tempo perde d’impatto, all’inizio tanti la pensano come voi poi col tempo la cosa sciama, sono un insegnante tradizionale, come Malatrasi.

Il rap è considerato per lo più un genere per adolescenti, il suo però è un rap molto particolare, pensa che la sua musica possa arrivare anche agli adulti?
Sì, il pubblico a cui aspiro è un pubblico essenzialmente giovane, tra i venti e i trent’anni, e ultimamente l’età si sta abbassando come in tutte le cose d’altronde. Comunque spesso ricevo complimenti e messaggi di stima anche da tanti colleghi e coetanei, è capitato venissero al mio concerto anche intere famiglie. Più intergenerazionale di così…

A mio parere la “Storia di Gino” è la sua canzone più bella, chi era questo Gino?
Eh Gino non è una figura reale. Come ti dicevo prima, Gino cerca di essere l’esempio di un fenomeno come quella della staffetta partigiana che è stato molto frequente nella resistenza, ma non è mai esistito davvero. Sicuramente ci saranno state tante storie simili.

“Scirocco” potrebbe essere la storia di tanti noi giovani della montagna, che ogni giorno sono costretti a emigrare. Quale potrebbe essere il “vento di scirocco” per noi giovani montanari?
In realtà, il vento di scirocco non è che la frustrazione che il ragazzo della canzone sente, la volontà di partire o restare alla fine la deve a se stesso. Sicuramente per apprezzare di più la vostra montagna dovreste passare qualche giorno a Reggio e provare l’aria inquinata che c’è qua ma, scherzi a parte, il vostro è un ambiente splendido e bisognerebbe valorizzarlo anche creando nuove realtà, come in tante altre parti d’Italia, che attirino persone, uscire dal proprio isolamento senza perdere la vostra identità. Per esempio creare realtà musicali, favorire la diffusione della musica nei locali e soprattutto tante iniziative culturali come la vostra.

Cosa pensa in questo momento della musica italiana?
Dal punto di vista musicale sono cambiate tante cose, il mercato in qualche modo si è rimodellato e anche l’età a cui ci si poneva è diminuita. Per quanto riguarda le offerte in Italia ce ne sono sempre state tante, ma non bisogna mai fermarsi a ciò che offre il mercato, ora più che mai abbiamo gli strumenti per fare ricerca e per trovare qualcosa che ci soddisfi davvero. Bisogna sempre stare attenti, però, a non snaturare mai un genere perché è il mercato che te lo chiede.

Lei è come tutti i Prof. di filosofia o è un po’ più ottimista per quanto riguarda il futuro dell’Italia?
Allora, per le prossime elezioni lo scenario è agghiacciante, però noi comunque, girando per l’Italia, incontriamo realtà, magari molto piccole, organizzazioni sociali che sono veramente ossigeno per le prospettive dei giovani e quando c’è davvero la volontà di creare qualcosa, questo qualcosa è secondo me la base di quello che dovrebbe essere il vostro futuro.

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