METEORISMO IMMAGINALE AL TAVOLO DELLA FESTA- di J.Timberland

 

J.Timberland

 

È luglio, ormai notte. Sono giorni che anche su di qua c’è un caldo bestia. Intendiamoci, mai come giù in città. Qua la felpa o il giubbino te li devi portare dietro la sera. Non riesco a immaginare come facciano quelli che abitano giù a vivere con il caldo che si ritrovano. Dico: se sei di su e studi o lavori in città sai che comunque il tuo posto per salvarti dal caldo ce l’hai sempre. Ma se sei di giù, come puoi convivere col fatto che la tua casa è tutti i giorni in mezzo a quel forno? Se sei fortunato e hai la casa dei nonni su è un conto. Ma pensa a quelli che proprio sanno che lì abitano e lì devono restare. Ma come fanno? Devono aver sviluppato una qualche tecnica mentale o una qualche caratteristica biologica adattiva all’ambiente. Perché se la vivessero male, d’estate starebbero come in una prigione. Che poi anche nelle altre stagioni, tra la nebbia e l’umidità…

Quindi, se fosse così, sarebbero a casa loro ma dentro a una prigione. Ma così non può essere. Casa tua non può essere una prigione. Certo, lo può diventare. Se lo diventa, quasi sempre puoi provare a fare qualcosa per cambiare la situazione se ti interessa farlo. Però il clima non lo puoi cambiare, non dipende da te, come tante altre cose. O ti adatti, o cambi casa. Ma se da quando sei nato abiti con quel clima è evidente che per te non è una prigione. Magari ti lamenti un po’ ogni tanto, ma tutto sommato va bene, ci sei abituato, non ci pensi troppo.

Io il caldo di giù non lo sopporto. Verso giugno chiudo i libri, saluto la stanza, l’università, e ripiego verso i monti. La notte è il momento che mi dà più da fare. Quando mi sdraio subito dopo qualche minuto capisco che nonostante l’aver provato già tutte le zone meno riscaldate del materasso e nonostante tutti gli sforzi ingegneristici nel creare mulinelli e correnti d’aria, l’unico spostamento aereo percepito è quello del movimento d’ali delle zanzare, allora capisco che quello non è il mio clima e casa mia è un altra.

Beh, ad ogni modo sono stato in un locale, dopo cena. Un ristorante che d’estate ha la distesa all’aperto e dove una volta alla settimana si balla. Ci sono le luci, la pista, la musica, il bar, i ballerini: tutto quanto. É la prima volta che ci vengo anche se ormai è da anni che lo fanno. É un classico dell’intrattenimento montanaro come le feste nei paesi, le tortellate, le notti bianche o rosa e tante altre cose che scandiscono l’estate e funzionano da riferimento temporale. Come quando sai che se è la notte di San Giovanni allora c’è tutto il tempo per trascinarsi da una festa all’altra, trovarsi la sera con gli amici, andare al fiume al pomeriggio, farsi la vacanza all’estero, innamorarsi, lasciarsi, riprendersi, andare in cima al Ventasso, al Cusna, fare le valigie, girare, perdersi e dare tutti gli esami all’ultimo appello di settembre. Invece se manca qualche giorno a Ferragosto sai che dopo poco l’estate è praticamente finita e inizi già a contare i giorni che mancano alla Fiera di San Michele. E dopo La Fiera partono sul serio le scuole e la sequenza di tutti gli altri punti di non ritorno. Così è il tempo su di qua. Accelerazioni e risacche, sempre le stesse: familiari, naturali, assorbite dalla terra, diluite nell’aria, mischiate nel vino e inchiodate alle tavole, ai pensieri.

Strana come sensazione visto che nel mondo le cose sembrano cambiare ogni giorno e che tutti nella nostra società parliamo di incertezza esistenziale, insicurezza, precarietà, mobilità, flessibilità, mancanza di punti di riferimento, nuove e grandi opportunità per chi le sa cogliere, per chi sa essere forte.

Seduto con i miei amici ad un tavolo rosso di plastica del ristorante mi guardo attorno. La musica è molto alta e faccio fatica a sentire quello che si sta dicendo, perciò sono più attirato da quello che vedo. Giovani coppie danzanti si destreggiano abilmente sulle punte dei piedi e roteano tra improbabili Don Giovanni brizzolati dall’aria fiera e navigata che si accompagnano a donne atletiche e radianti in cerca di sguardi e sensazioni inaspettate. Alcune ragazze appena sbocciate li guardano standosene in disparte, al limite della scena, con i loro vestiti nuovi aperti su più parti, camminando sui trampoli e facendo oscillare grandi collane industriali. I ragazzi invece sono seduti sui tavoli a gruppi. Non parlano se non per ridere forte per qualche cagata. Sembrano compiaciuti del loro distacco, anche se attratti irrimediabilmente dal centro della pista e dalle facce truccate delle ragazze sui trampoli. I vecchi attorno, nelle loro camicie rustiche, stanno seduti o appoggiati ai pilastri di legno. Sorridono e si salutano con cenni e pacche sulle schiene, poi si mettono a fissare i ballerini che ancheggiando e piroettando gli passano davanti agli occhi. Poi si fermano al cambio e ricominciano sempre. Di fianco a noi alcuni bambini giocano con una palla sotto un albero di noce correndoci attorno e svincolandosi dalle premure distratte dei loro genitori. Un uomo ed una donna stanno seduti uno di fronte all’altro, e parlano. La prossemica non mente: lei è vivace, di bell’aspetto e aperta verso di lui. É loquace, gli dà confidenza. Lui è appoggiato con la schiena al muro, con in mano un bicchiere di plastica mezzo pieno di qualche superalcolico annacquato. Ascolta e approva ogni cosa cercando a poco a poco di sprofondare dentro al muro, non potendo mantenere la giusta distanza formale che la sua pettinatura vorrebbe che venisse rispettata tra il suo e l’altro naso. Un piccolo cane marrone e bianco segue metodicamente con il muso raso terra una qualche pista tra le gambe delle sedie. Spera in qualche fortuna dimenticata dalla cena. La voce al microfono ripete frasi motivazionali e slogan seriali per alimentare la partecipazione:“ Un, dos, tres, derecha, izquierda, vamos”. C’è un auto da spostare. Una Polo gialla targata: CZ89….

In un attimo penso che nonostante i latini americani, la musica reggaeton, le Converse, i ciuffi laterali e i selfie, probabilmente alcune cose in questo posto e in tutte le altre periferie del mondo rimangono sempre uguali. Anzi, forse è proprio grazie a questa stratificazione di forme contemporanee che il presente sedimenta su tutto che si può riconoscere ciò che rimane sempre simile a se stesso nel tempo. Avrei voluto avere con me una macchina per riprendere, o che ci fosse stato il mio amico Andrea con la reflex: che lui fa delle gran foto e il suo stile sarebbe stato utile alla mia sensazione. Guardando la pista da ballo, le coppie, i vecchi, i bambini, i genitori, i ragazzi, gli amori, le carezze, i dispiaceri, i saluti, le bottiglie vuote, l’albero e il cane, tutto mi fa pensare che in fondo non doveva essere poi tanto diverso cent’anni fa. Anche allora c’era una contingenza, una vita da fare andare avanti il più dritta possibile. Speranze e innamoramenti, per una notte o per sempre. La trepidazione per l’arrivo della sera, le gambe scoperte, la musica, i bicchieri, il vestito buono, l’orgoglio dei giovani; e poi i giochi dei bambini (che quelli sono sempre stati una cosa seria), le risate, le storie da raccontarsi, la fine della festa con in alto il cielo profondo e il ritorno a casa.

Nessun discorso celebrativo, nessuna retorica del “si stava meglio una volta”, nessuno spirito di conservazione di una particolare identità rispetto all’avanzare di una modernità omologante, distruttrice di valori e semplificatrice. Solo una sensazione.

Su di qua, più che in città, si vede bene il confine tra il passato e il futuro che questo mondo ci mette davanti. Tutti, soprattutto i giovani, camminano su quel filo e cercano solo di non cadere.

Ora basta parlare. E’ tardi. Credo che prima di addormentarmi la stanza inizierà a illuminarsi. So già che mi sentirò molto in colpa per questo. Però l’ha scritto anche Battiato in una canzone che quando era giovane “…andavo a letto tardi sempre, vedevo l’alba. Dormivo di giorno e mi svegliavo nel pomeriggio ed era già sera”, e questo un po’ mi consola sempre.

 

 

Colonna sonora: “Quand’ero giovane” – Franco Battiato

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